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Attori - Antonio Petito

Antonio Petito

a cura di Marco Di Maro

 

Antonio Petito

La carriera

La vicenda artistica di Antonio Petito presenta connotati tipici della tradizione teatrale ottocentesca, nella figura del grande attore-creatore e non per lo stereotipo del "genio", ma per lucida duttilità storica. Il grande interprete si inserisce, emblematicamente, nella linea evolutiva cinque/seicentesca, con la Commedia dell'Arte, fino a divenire "lontano parente di Totò".
Nasce il 22 giugno 1822 in una famiglia di affermati attori, dal padre Salvatore, noto comico, e dalla proprietaria, impresaria e attrice del teatro napoletano Silfide, Giuseppa D'Errico. Il teatro, conosciuto come "teatro di nonna Peppa" era frequentato soprattutto dal vivace proletariato cittadino e sorgeva in una popolare strada di Napoli, via Carmine.
Esordì all'età di nove anni nell'opera Giovanni della Vigna, commedia di Filippo Cammarano, e continuò per molti anni ad esibirsi come pantomimo in collaborazione con la famiglia che lavorava per Silvio Maria Luzzi, impresario dei teatri San Carlino e San Ferdinando.
Il vero debutto, come brillante, avvenne nel 1840 nella Compagnia di Crescenziano Palombo, dopo altre interpretazioni nel teatro materno, entrò nella Compagnia di Pietro Martini e, un anno dopo il debutto, fu per la prima volta Pulcinella.
Sono anni di irrequietudine, alimentati, in parte, dai contrasti familiari che frenavano il desiderio di evasione dell'attore, volontà di affrancarsi dalla famiglia che lo indusse a sposarsi con Marianna Parlati nel 1851.
D'altro canto il disagio derivava dalle condizioni stesse degli attori nella prima metà dell'Ottocento; le grandi Compagnie stabili dell'età napoleonica erano al tramonto, non esisteva un repertorio nazionale di riferimento, anche perché ostacolato dalle censure. Il nomadismo fu una necessità per Petito, come per molti altri, assieme all'abbandono degli schemi letterari e culturali classici. Questo passaggio è stato magistralmente illustrato da Franca Angelini e Alessandro d'Amico.
Dopo aver recitato in altri teatri, anche della provincia, Petito si cimentò, con successo, in ruoli drammatici, fu Jago nell'Otello del teatro materno.
Dopo la crisi dei teatri napoletani in seguito agli avvenimenti quarantotteschi fu ancora Pulcinella al Teatro delle Fosse del grano, nel 1850 debutta al Partenope con la farsa: Avviso ai mariti. Nello stesso anno, sollecitata dall'impresario Luzi, la Compagnia Petito torna al San Carlino dove si recitò, tra le altre, Miseria e nobiltà: No sviluppo de nobiltà e no sviluppo de miseria di Eduardo Scarpetta.
Qui Pulcinella canta la nota canzone di Cicerenella:

Cicerenella teneva teneva
E nisciuno nun 'o ssapeva.
Cicerenella teneva nu gallo
E tutta la notte jeva a cavallo.
Nce jeva tantu bello
Chist'era 'o gallo 'e Cicerenella.


Seguirono le rappresentazioni de Il medico per forza di Molière, S'è spento il lume di Salvatore Cammarano, in cui Petito veste ancora la maschera. Un anno dopo con L'innocenza in trionfo di Cerlone, Petito abbandona la maschera ed evolve in Pascariello, contribuendo, in questi anni, all'imborghesimento della maschera e compiendo il processo che la porta ad essere simbolo regionale.
Veramente la microstoria personale e artistica di Petito, da questi anni in poi, trova riscontri fedeli nella macrostoria della città e del tempo. A mò di glossa è possibile rinvenire nelle opere petitiane gli eventi storico-cronachistici del tempo.
Petito è ormai conteso da vari teatri e in tutti sarà celebrato Pulcinella. Il debutto come autore avviene con la commedia Pulicenella finto dottore e pezz'a l'uocchie del 1851.
Incolto e acuto, illetterato autore, "pazzo", com'era definito, e lungimirante, Petito è qui. La potenza dell'istrione è nella sua contraddizione, nella dilagante e potente carica espressiva che trova strumenti tutti suoi, febbrilmente, e riesce efficace nel suo personalismo. Ben ha evidenziato Ettore Massarese che l'accattivante vernacolo petitiano poco ha a che fare con il dialetto del tempo, è lingua autonoma, incisiva e dura, che trova l'humus ideale nella parodia e, dunque, nell'immediatezza della scena che sa coinvolgere anche sottoproletariato e piccola borghesia oltre all'aristocrazia in declino. Si pensi alle continue trasposizioni sceniche che Petito opera dal San Carlo al San Carlino per avere riscontro di un'operazione di mediazione culturale unica nel suo genere tra le classi sociali.
Con Petito irrompe nel teatro la contemporaneità con una conseguente moltiplicazione dei personaggi sulla scena, connessa alla pratica dell'improvvisazione. Spesso le sue rappresentazioni sono lo svolgimento di un semplice canovaccio, di Cammarano o di Marulli per lo più, che egli porta a compimento estemporaneamente proiettando sulla platea le sollecitazioni fagocitate dalla quotidianità. Petito scardina schemi classici e repertori, li trasfigura, con la parola e l'azione scenica, attraverso la pantomima parodistica e l'elemento fantastico in una lingua diversa dal dialetto grammatizzato, fortemente icastica, autonoma foneticamente e avvalorata da una potente fisicità. La sua arte del movimento invade gli spazi scenici e l'attore si impone sul testo e sull'autore coinvolgendo lo spettatore in un dialogo diretto e immediato e non si tratta di prepotenza dell'attore ma di geniale pragmatica che darà luogo a un nuovo filone di attori.
Negli anni Cinquanta la fama di Petito è all'apice, la famiglia reale borbonica si reca spesso al San Carlino solo per lui. Nel 1852 al debutto al San Carlino avvenne il noto episodio della consegna della maschera da parte del padre Salvatore a suggello della trasmissione di un'eredità artistica. Testimonianza del suo ritorno al San Carlino è Il mio cadavere, ossia la parodia Nu muorto ca nun è morto, parodia di un dramma di De Lise. Del 1853 è un'altra significativa parodia di Marulli e Altavilla in cui Pulcinella si profonde in manifestazioni antirazziali contro lo schiavismo d'oltreoceano in L'appassionate pe lo romanzo de lo zio Tom. La parodia del famoso libro è la testimonianza di una partecipazione a fatti non più solo napoletani.
L'anno 1855 si rappresentò al San Carlo il Rigoletto verdiano, Petito fu mandato ad assistere ed ecco puntuale la versione al San Carlino in Na famiglia 'ntusiasmata pe la bella musica de lo Trovatore in cui il Petito, travestito da donna, parodiava la Medori, la quale desiderò assistere alla performance e si entusiasmò tanto da complimentarsi con lui sinceramente.
Negli anni del Verismo, la drammaturgia comico-parodistica osserva e registra la tradizione classica, la deforma e traveste in consapevole finzione. Petito, tra Pulcinella e Felice Sciosciammocca ricuce, con il personaggio attore, la tradizione della Commedia dell'Arte e, sostanziandola del presente, getta le basi del Varietà novecentesco, del cinema e di quel filone di grandi attori popolari che annovera tra le sue fila Eduardo e Totò. La Compagnia fu a Roma e in Sicilia e poi ancora a Napoli, fino agli anni Sessanta in cui il San Carlino fu sospettato di essere un covo borbonico. La Compagnia si trasferì al teatro Capranica di Roma e al suo ritorno al San Carlino nel 1863 fu assalita dai liberali. Petito fu costretto a rifugiarsi in soffitta per scampare all'assalto.
Intorno al 1865 Petito continua a scrivere, o meglio "contaminare", e rappresentare eventi sociali e di cronaca: Pascariello da pezzente cafone diventa ricco e Guard'a voi! Una nuova donna barbuta, tra le altre, costituiscono testimonianza di impegno politico e sociale. La prima fu esaltata da Eduardo Scarpetta come testimonianza politica impegnata.
Sono celebri, inoltre, le parodie di opere letterarie come il Faust, La Francesca da Rimini, La Bella Elena, Otello ed opere come So muorto e m'hanno fatto turnà a nascere del 1868 in cui si affronta il tema della metempsicosi.
Le opere successive: La lotteria alfabetica, dove critica l'industrialismo piemontese, Tre banche a 'o treciento pe mille e Nu studio 'e spiritismo pe fa turnà li muorte 'a l'atu munno testimoniano, sul finire degli anni Sessanta, l'adesione alle vicende storico politiche d'Italia.
Negli Atti del Convegno sul Teatro dell'Italia Unita tenuto a Firenze nel dicembre '77 e novembre '78, promosso dal Gabinetto scientifico-letterario G.P. Viesseux, è dato leggere una critica di Domenico Rea che accusa l'arte di Petito, in questi anni, di "accennare la verità, senza sfiorarla […] chi intuisce che il mondo è cambiato - sostiene Rea - fu Achille Torelli, con I Mariti". Franca Angelini rilevò una complessità e problematicità ben più profonda in Petito e negli attori/autori contemporanei. Allo stesso modo Ettore Massarese volle insistere sulla peculiarità dell'opera di Petito. Achille Torelli fu un intellettuale e teorico eruditissimo, autore lucido e realista, ma non incontrò mai direttamente le tavole del palcoscenico. Antonio Petito fu attore prima che autore, e l'evoluzione della sua arte segue una parabola e una maturità significativa: dagli anni della repressione a quelli dell'unificazione filtra il sociale nella sua attitudine metateatrale e nel Pulcinella altro trasfigura, con dichiarati intenti di riforma della maschera, il reale. I suoi strumenti sono il rovesciamento del reale in cui trionfa l'inverosimile, il paradossale, l'eccessivo, il caricaturale, il grottesco; insomma la parodia e la farsa.
La sera del 24 marzo 1876 Petito morì al teatro San Carlino durante la rappresentazione de La statua vivente spaventata da Pulcinella stigmatizzando il suo mito.