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La critica - Recensioni spettacoli

Tierno Bokar. Una ricerca teatrale di Peter Brook

Esistono tre verità: la mia verità, la tua verità e... la Verità. Quando Tierno Bokar, protagonista dell'omonimo spettacolo di Peter Brook, pronuncia l'ultima battuta, l'emozione, intensa, si realizza in un applauso commosso e caloroso con cui il pubblico sembra voler invitare sul palco il grande regista inglese, per tributargli il meritato riconoscimento.
E lui, Peter Brook, sul palco ci sale davvero, col suo fare umile e compassato, col suo sguardo commosso ma fiero, consapevole, forse, di aver dato vita ad un ennesimo momento d'indimenticabile Teatro, di quello con l'iniziale maiuscola che solo i grandi maestri sono capaci di creare.

L'indagine sul campo del pensiero e della cultura africana, cui il regista si è dedicato negli ultimi anni col suo viaggio nei territori del Mali e del Burkina Faso, trova espressione artistica nel suo nuovo spettacolo, andato in scena, in anteprima per l'Italia, al Teatro Mercadante di Napoli (co-produttore dell'evento) la sera del 31 Gennaio 2005.

Tierno Bokar, vicenda realmente accaduta e testimoniata nel romanzo Il saggio di Bandiagara di Amadou Hampté Bâ, è uno spettacolo ambientato nella cornice suggestiva e vera della tradizione islamica dell'Africa nera, della cultura dell'animismo africano, del sufismo e dell'umiltà sapere, ai tempi del colonialismo francese, nel periodo precedente la seconda guerra mondiale.
Il protagonista, Tierno Bokar, è un grande maestro sufi, capo spirituale di una piccola comunità che intorno a lui si raccoglie per pregare ed ascoltare la sua parola, ricca di umiltà e saggezza, volta all'insegnamento di un islamismo puro, fondato sui principi della tolleranza, della concordia umana e della crescita spirituale del singolo. Una figura paterna per i giovani del villaggio, che a lui chiedono consiglio per affrontare la vita.
Marie Hélène Estienne, curatrice del testo teatrale tratto dall'opera dello scrittore africano, descrive Tierno come "un uomo eccezionale, che non vuol esser chiamato maestro, che serve egli stesso i suoi allievi e coltiva più di ogni altro l'arte della modestia..."

Ma i puri, si sa, sono destinati a divenire ben presto scomodi, incompresi, perseguitati. E così, la futile disputa sul fatto che la preghiera sufi debba essere recitata undici oppure dodici volte diviene il pretesto per la persecuzione, fomentata dai beceri colonialisti francesi e dalle autorità locali africane, che porterà all'isolamento di Tierno e alla deportazione nelle prigioni francesi dello Sherif Hamallah, maestro malese ai cui dettati teologici Tierno aderisce nel corso del suo viaggio spirituale.
Destino beffardo per un uomo che ha dedicato la propria vita a predicare quell'"ascolto dell'altro" che, come ha scritto il suo allievo Amadou Hampaté Bâ, "è forse la sua eredità più bella...", e che aveva pronunciato le seguenti parole: "L'unica lotta che mi sta realmente a cuore è quella dichiarata alle nostre stesse debolezze. Questa lotta, purtroppo, non ha nulla a che vedere con la guerra che i tanti figli d'Adamo si fanno in nome di un Dio che dicono di amare profondamente, ma che invece amano male - poiché distruggono parte della sua opera".

Sotigui Kouyate, l'attore che dà corpo e voce a Tierno Bokar, incarna alla perfezione la figura esile e senza tempo di un saggio "pienamente padrone del suo corpo", il cui gesto era "misurato e consapevole" e la cui persona "irradiava gioia e pace interiore", come lo descrive Hampaté Bâ. La sua recitazione asciutta, pacata, fatta di una voce esile e di gesti naturalmente eleganti, di un sorriso rassicurante ed un incedere sontuoso, potrebbe ricordare a noi l'ultimo Eduardo. Ogni suo gesto evoca un evento interiore, e il movimento di una mano può inscenarne persino la morte.
Gli altri attori, tra i quali figurano seguaci "storici" del grande regista inglese, rendono magistralmente l'alternarsi delle scene comiche, drammatiche e commoventi, sempre cadenzate su di un ritmo calmo e suggestivo, che compongono l'affresco brookiano. I costumi tradizionali africani e maghrebini, come il bubù, la lunga veste indossata dagli uomini, inseriti in una scenografia essenziale ma affascinante, evocativa di tradizionali villaggi africani, trasportano in una dimensione esotica ma intima, rassicurante.

Gli attori, uomini e donne di origini etniche diverse, entrano in scena calpestando il "tatami", il tradizionale tappeto che funge da spazio sacro e luogo di passaggio sia per le scene d'interno sia per gli esterni, e compiono i gesti rituali della preghiera, le danze cantate del lavoro coloniale e gli incontri, a volte comici a volte drammatici, con i governatori francesi. La scena è completata da percussioni di vario tipo, da una sorta di "capanna" e, al centro, da un albero stilizzato e senza rami, oltre a vari oggetti della tradizione africana.
Il tutto immerso nell'atmosfera del racconto, dipanato con chiarezza ed intensità da vari personaggi. Da segnalare un virtuoso Bruce Myers, capace di ispirare simpatia o avversione nei ruoli degli occidentali, quasi delle macchiette.

Peter Brook esplora la religiosità dell'Africa e ne trae una denuncia contro il colonialismo, le guerre di religione e le discriminazioni tra i gruppi umani, cui contrappone un commovente invito alla tolleranza e al confronto. Tierno Bokar è il simbolo dell'obbligo morale, quanto mai attuale, da parte degli uomini, di aprirsi all'ascolto reciproco, alla conoscenza dell'altro e, soprattutto, all'umiltà del sapere, poiché, come egli stesso ha insegnato, ...esistono tre verità: la mia verità, la tua verità e... la Verità.

Damiano Camarda

 

Scheda dello spettacolo

Autore: Amadou Hampté Bâ
Artisti: Habib Dembele, Rachid Djaidani, Djénéba Koné, Sotigui Kouyaté, Bruce Myers, Yoshi Oida, Abdou Ouologuem, Hélène Patarot, Dorcy Rugamba, Pitcho Womba Konga
Regia: Peter Brook. Adattamento di Marie-Hélène Estienne
Musiche: Toshi Tsuchitori, Antonin Stahly, Philippe Vialatte
Sede: Napoli, Teatro Mercadante (1 - 6 Febbraio 2005)