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La critica - Recensioni spettacoli

Glam City

Domenico Trischitta pubblica un romanzo dal titolo GLAM CITY, per l'editore Avagliano; il regista Nicola Alberto Orofino, insieme all'apporto dell'attore e autore Silvio Laviano, crea un adattamento teatrale che si ispira al romanzo e che si rivela un prodotto ex novo. Tre nomi, un'unica origine: Catania. Il connubio Orofino - Laviano sembra consolidarsi sempre di più, reduci dall'ultimo successo dello spettacolo itinerante "Troiane, canto di femmine migranti", prodotto dal Teatro Stabile di Catania. Silvio Laviano, autore e attore conosciuto a Napoli per il successo di "Salvatore", conta, inoltre, numerose repliche e un costante successo di pubblico grazie alle sue produzioni legate al progetto S.E.T.A.

GLAM CITY, nato attraverso un racconto tratto dalla realtà catanese, attraversa gli anni Settanta, Ottanta e Novanta e, oggi, approda a Napoli, dopo il debutto fortunato nella città d'origine. Il Nuovo Teatro Sanità punta sulla figura di Laviano e ospita, durante tre affollate repliche, dal 26 al 28 gennaio, questo spettacolo che, apparentemente ironico, kitsch e grottesco, si rivela degno della grande tragedia. Partendo da un testo che cita, in lingua italiana, luoghi comuni, modi di dire, che descrive zone e personaggi del centro storico catanese e dell'hinterland etneo, la storia di Gerry Garozzo viene trasportata sul palcoscenico in dialetto catanese. Parliamo, in realtà, di una lingua ibrida, che mescola il dialetto vero e proprio, l'italiano dialettizzato e brevi inserti di lingua inglese. La storia di Gerry è caratterizzata da una grande solitudine, che emerge costantemente e dolorosamente, nonostante l'allestimento scenico, la vitalità di Laviano, il linguaggio utilizzato, sembrino camuffare pesantemente, e volutamente, la verità.

La vita di Gerry, omosessuale e uno dei primi travestiti catanesi, si svolge tra povertà, frustrazione e scoperta del mondo sessuale a pagamento. Ciò che colpisce lo spettatore è sicuramente l'energia che emerge con forza attraverso l'intensa e rocambolesca interpretazione di Laviano che rivive la vita di Garozzo in solitudine, ossia unico interprete sul palco, così come unico interprete di questa particolare storia è Gerry. Il protagonista sogna una vita sul palcoscenico, allegoria dell'accettazione di un omosessuale che a Catania non ha mai sorte benevola, anche in un'epoca di grande rivoluzione, come quella tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta. Il paragone tra la città siciliana e Napoli emerge fortemente e sembra essere legato alla visione approfondita della città partenopea che non è propria dell'autore del romanzo, il già citato Trischitta, ma proviene dall'esperienza artistica dello stesso Laviano. Appare fondamentale, dunque, l'interferenza drammaturgica dello stesso attore, in accordo con il regista, meccanismo che, però, non è subito evidente ad un pubblico che non conosce né l'autore del romanzo, né l'interprete. Il risultato, però, sembra essere positivo, perché da un lato questo prodotto attrae visivamente lo spettatore, grazie alle ricchissime scelte scenografiche di Vincenzo La Mendola e registiche di Orofino, e dall'altro colpisce emotivamente. L'evoluzione del racconto, infatti, il cui inizio è grottesco e di forte impatto, sembra accelerare costantemente, fino a trasformarsi nell'esplosione tragica della ricerca della felicità. La ricerca della gioia di vivere è coraggiosamente ostentata da Gerry, rappresentato da un Laviano calvo che indossa abiti ibridi, mai palesemente maschili o femminili, tranne per le scarpe fucsia, oggetto cult che identifica ormai lo spettacolo. Il trucco è una maschera pesantissima, che ricorda il teatro orientale, e la colonna sonora è ricchissima perché

tocca la tradizione belliniana, passando attraverso Mina e Ornella Vanoni, fino a Marc Bolan, modello a cui si ispira lo stesso Gerry. Le citazioni legate alla cultura e alla storia catanesi sono innumerevoli, dalla descrizione dei luoghi - L'acqua o linzolu, ossia la fontana dell'Amenano, in piazza Duomo, con l'inconfondibile cascata d'acqua a lenzuolo, fino alla via della Finanze, zona risanata negli anni Novanta, noto quartiere a luci rosse della zona etnea -, ai modi di dire - ciauru i mari (profumo di mare), definizione colorita per indicare gli omosessuali, ossia i puppi, i polpi; annacari comu a cannalora dei pisciari, ossia il movimento ondulatorio della Candelora di Sant'Agata, in particolare quella dei pescivendoli, che ricorda l'ondeggiare effeminato di Gerry - , fino alle allegorie sceniche che Orofino inserisce, rivelando il suo consueto stile. La prima e suggestiva scena presenta la vestizione e l'identificazione del personaggio ibrido, permettendo agli spettatori di scoprire subito l'allestimento scenico: il sacro e profano convivono costantemente, così come la povertà e la falsa ricchezza, dal lampadario gioiello che ricorda il Teatro Massimo Bellini, simbolo della nobiltà catanese, alle pareti nere di pietra lavica, fino alla pedanina sulla quale recita, si agita, impreca, piange e ama Gerry, invocando, durante la sua vestizione femminea, l'antica preghiera in siciliano, rivolta dai devoti a Sant'Agata. Il palcoscenico è riempito d'acqua, fogna putrida che scava la roccia lavica, memore del famoso "Scannasurice" di Moscato e della "Jennifer" di Ruccello. La storia della città siciliana, identificata con la "Milano del Sud", sembra brillare, ma in realtà ostenta falsa ricchezza, condita con alcool e droga. Citati alcuni dei più famosi travestiti dell'epoca, legati inevitabilmente alle attività danarose dei locali di Taormina, sotto un velo di omertà che spinge questi personaggi, dopo il declino della glam city, a rintanarsi nelle bettole della città o nei cinema a luci rosse. L'apparenza nasconde il dolore: l'apparato scenico e musicale, così come l'interpretazione di Laviano, quest'ultima spinta verso il grottesco a tutti i costi, costituiscono degli elementi fondamentali nell'evoluzione della storia di questo personaggio, crocifisso, fisicamente e metaforicamente, dall'AIDS. La pedana, in una immaginaria grotta lavica, umida e nera, rappresenta l'allegoria della sua vita, della sua stanza, della sua città: tutto è troppo stretto e limitante. La morte di Marc Bolan e il sogno dell'Inghilterra moderna e anticonvenzionale sembrano frantumarsi sotto le parrucche umide e scolorite di un'eterna mascherata. Catania è un'immensa maschera.

L'allestimento scenico, registico, drammaturgico e recitativo di GLAM CITY - non a caso anche l'omonimo titolo del romanzo sembra prendere in giro Catania e le sue false apparenze - dimostra un'attenzione costante e ossessiva, nonostante alcune scene appaiono eccessivamente dilatate nel tempo e nell'azione. Ricordiamo, per esempio, il riferimento all'Inghilterra ed il relativo travestimento di Gerry, momenti che sembrano eccessivamente prolungati, nonostante il pubblico colga immediatamente il desiderio del protagonista di fuggire all'Estero, pur rimanendo, ahimè, condannato e imprigionato nella retrograda mentalità di un'apparente glam city del Sud. La scelta di mimare costantemente l'atto sessuale, inoltre, si carica fortemente dei toni grotteschi che caratterizzano l'intero racconto scenico, senza mai cadere nella volgarità, ma appare eccessiva nel momento in cui è prolungata anch'essa nel tempo, togliendo spazio al doloroso racconto. Il pubblico napoletano accoglie calorosamente il debutto partenopeo di GLAM CITY, apprezza le difficoltà e soprattutto l'interpretazione di Silvio Laviano che mette a dura prova il proprio fisico per interpretare Gerry Garozzo, accetta, inoltre, l'incomprensibilità di alcuni suoni dialettali e di

alcuni modi di dire, cogliendo, nonostante tutto, il senso profondo del concetto di emarginazione. GLAM CITY è, dunque, l'anello di prosecuzione nello studio della drammaturgia del travestimento psicologico, sessuale e sociale, che è florido in ambito partenopeo, ma che sembra spegnersi, o svanire, nella cultura del meridione.

Di Emanuela Ferrauto

GLAM CITY

Nuovo Teatro Sanità - Napoli

26 - 28 gennaio 2018

Senzamisura Teatro - Progetto S.E.T.A.

GLAM CITY

dal romanzo di Domenico Trischitta

con Silvio Laviano

regia Nicola Alberto Orofino

scene e costumi Vincenzo La Mendola Assistente alla regia Gabriella Caltabiano Foto di scena Gianluigi Primaverile Ufficio Stampa e Web Stefania Bonanno Grafica Maria Grazia Marano Make up Artist Lorenzo Crifo' Video/Trailer Francesco Maria Attardi