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La critica - Recensioni spettacoli

Orphic Sun all'Hortus Conclusus

Uno spettacolo come Orphic Sun presuppone un forte spirito di "condivisione" nel senso di un'esperienza di contatto "fisico" con un pensiero che per una volta è diventato scultura, forma, attraverso la materia suono, nella sua accezione più universale e essenziale, semplice, nudo nella sua essenzialità e spoglio di qualsiasi contrassegno culturale, un suono potremmo dire delle cellule stesse dell'organismo di chi vi partecipa, messe in risonanza dai suoni del mondo di chi quella sera ha "parlato", "ha detto".
Igor Esposito, Tonino Taiuti, Maurizio Argenziano e Mario Gabola hanno avuto la capacità di coinvolgere il pubblico nella loro performance: gesti misurati, essenziali, semplici della semplicità del vero sono diventati il corpo e l'anima di questa esperienza. Il pubblico si è sentito protagonista di un evento.
Tutto inizia dal buio, il buio dell'assenza totale o del pre-inizio, un buio materia che cattura. E il buio, l'assenza-essenza di tutto, si riempie dell'energia pura di scariche elettriche, e nel buio-silenzio-assenza ed essenza, si staglia l'energia, portata dal suono. Un suono "piccolo", ma solo perché porta in sé forza viva di un tutto che ha la ricchezza di poter essere qualunque cosa. Questa energia-suono si porta in un luogo e li può diventare altro, cangiare, generarsi e generare. Davvero bisognerebbe poterci semplicemente guardare e intuire ciò che si pensa, perché il dire a volte può significare impoverire, de-finire. E quell'energia pura, manifestatasi attraverso un piccolo ma terribile suono, comincia a divenire, a trasmutare, ad "essere".
E qui la parola, nella sua articolazione vocalico-consonantica, nel suo timbro, intensità, articolazione, inflessione, diventa suono e gesto che amplifica e dirotta la sua stessa essenza semantica, si pone al pari dei suoni. Una chitarra e un sax che non faranno la chitarra e il sax, ma creeranno sculture sonore in contrappunto tra loro e la voce, la parola, e i suoni della parola, i gesti, i suoni soffocati o ossessivamente rimbalzanti in una foga di energia che non sembra trovare il suo punto di esaurimento. E questo sarà corpo ed essenza dell'esperienza. E c'è da dire che l'unico strumento che vive ed agisce per quello che è, secondo il suo proprio modo di essere e per ciò che significa, è una ciotola metallica, che acquista quasi il senso di un segnale rituale, di scanditore di "passaggi" attraverso tappe di un viaggio.
Alcuni gesti ed alcune parole, vogliono, con la loro vorticosa ripetizione, dare forse il senso di un blocco della mente o di un incontro con momenti che possono darci conto di uno stato.
Non si può dire altro, non si riesce. Ma usciti dall' esperienza, la si può guardare ora anche con il nostro sguardo di persone "culturalmente connotate" in un mondo che faticosamente cerca di aprirsi varchi di collegamento e di confronto tra i suoi diversi mondi e di ritrovarsi nella consapevolezza di essere uno.
La scelta degli strumenti ed il loro modo di utilizzarli, è il segno evidente di un'urgenza e di un grido espressivo che cerca, per esistere, materiali nella loro primordialità ed essenzialità. Non ci si riconosce in un suono codificato dalla cultura, ma si cerca "il suono", il frutto di un corpo vibrante. È questa un'urgenza che nasce dalla consapevolezza che il riferimento alto per stare nel mondo si trova soprattutto dentro di sé e se un riferimento esterno c'è, questo si deve confrontare con il proprio mondo e verrà assunto o rifiutato, in un gesto ed in uno sforzo che cerca di affrancarsi da ogni condizionamento. Così il sistema, le forme occidentali del fare musica non rispondevano più già alla fine del secolo scorso a dare corpo a questa consapevolezza che davvero con forza impetuosa e irresistibile, si rendeva presente e presenza concreta del vivere quotidiano. In Orphic Sun sembra toccare con mano questo momento quasi eroico del nostro percorso di pensiero. E stranamente (o non stranamente) un nuovo percorso per la musica veniva tracciato da un personaggio estraneo dai percorsi musicali accademici. Ecco, molti parallelismi sembrano esserci tra Orphic Sun e questo momento del nostro percorso esistenziale. La musica, dal materiale, alla forma, al gesto compiuto, si cerca nel cuore stesso del suono e in nessuna griglia culturale. La profonda ricerca di senso, del razionale, pensato da Adorno, si concretizza nel "toccare" o come dice Tonino Taiuti nello "sporcarsi" di suono, e sarà il suono stesso a costruirsi nella "sua" forma, a realizzare l'aspirazione più profonda di ogni musicista: fare esistere il suono nella sua essenza corporea e nella sua forma, come una scultura. Farci confrontare con la sua materialità e con il pensiero di cui è essenza. In questo brano si è percepito il grido e la carezza. Il grido di chi deve e vuole ritrovare e la carezza del pensiero del ritrovamento, il calore di una strada dove si incontrano tracce del vissuto, rivisto con tenerezza o rabbia.
Ed è inevitabile anche il confrontarsi con il titolo dello spettacolo: Orphic Sun. Rischioso percorso questo, ma per noi umani, e per noi "connotati culturalmente" in un vezzo che ci fa tendere ad oggettivare tutto, che amiamo porci in riferimenti, che amiamo avere riferimenti diventa una sorta di passamano, che ci consente di sentirci e di camminare in modo eretto. Potremmo pensare a Sole Orfico (verrebbe da dire Orphico). Il tutto un'esperienza, quasi un rito, un viaggio che diventa rito, percorso obbligato per esistere. Orfico evoca Orfeo, la sua drammatica ricerca di lei. Orphic Sun, non sembra avere una conclusione, non finisce, lascia ad ognuno di noi di continuare. E in questo ti pone in una nostalgia. Vorresti che ti accompagnasse ancora e non ti lasciasse solo.
Sun, forse "Sole". Io, di queste terre del sud, posso pensare ad un'idea - simbolo, la mia città, il mio mondo, o il Sole che è quella parte di me che cerco.
La prima sensazione, alla fine dello spettacolo, è stata quella di aver percorso un viaggio nella mente in uno di quei momenti di confine: prima di passare al sonno, prima di passare alla veglia. Quel momento strano, forte, terra di nessuno, dove ci si può affacciare e si ha il permesso di "vedere" e dove i pensieri un po' come persone in intima libertà danzano, giocano, piangono, sono se stessi.
Traspariva nell'allestimento, un senso di tenerezza e di gratitudine in chi ha iniziato un percorso musicale teso alla conquista di vie di esistenza del suono. La radiolina nella sua ricerca di sintonia.. "…ricerca..." che non arriva, anzi, "gesto" diventa il suono del cercare, brani classici sinfonico-vocali, di opere che raccontano di esperienze religiose che si contrappuntano tra loro e con il tutto, suoni generati da oggetti, da strumenti vissuti al di fuori della propria natura. Il pensiero va a Pierre Schaeffer, ingegnere del suono, che cerca altri suoni, quelli del mondo, per trovare "il suono". Sembrava ci fosse tutto il percorso sonoro concreto ed elettronico, dalle prime macchinette dell'epoca di Mozart, a quelle di Luigi Russolo, all'esperienza della musica concreta e dell'alea. All'esperienza teatrale, dai primi gesti rituali, alla dimensione improvvisativa ed alla codifica rigorosa, con l'elemento performativo, catalizzatore di ogni singolo gesto, e via via fino al "Teatro Totale" di Raymond Murray Schafer.
Un caso forse, ma una prima opera concreta fu proprio Orfeo di Pierre Shaeffer.

Giuseppe Mallozzi

 

Scheda dello spettacolo

Autore: Igor Esposito
Interprete e regia: Tonino Taiuti
Musicisti: Maurizio Argenziano (chitarra elettrica) e Mario Gabola (sax tenore)
Produzione: Vesuvio Teatro
Sede: Hortus Conclusus, Benevento Città Spettacolo (5 settembre 2007)