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Territorio

Alburni

L'Appennino meridionale

L'Appennino meridionale si differenzia dal centrale perché il parallelismo delle catene ed il «motivo» orografico della disposizione a quinte scompaiono; mancano lunghe zone corrugate e predominano invece, zolle isolate, separate da aree depresse riempite da depositi recenti; queste zolle, sono state riunite in un unico complesso soltanto dal sollevamento postpliocenico. Il corrugamento sembra poi essere stato meno intenso, onde i massicci hanno minore altezza: le cime superiori a 2000 m sono molto rare. I più elevati di tali massicci sono più vicini al Tirreno che all'Adriatico, e più vicina al Tirreno è la linea spartiacque, del resto molto irregolare. Le pendici rivolte al Tirreno sono anche, in genere, più ripide, mentre sul versante adriatico, si affianca all'alta montagna un avampaese di pianalti e di colline. I grandi blocchi di calcare hanno struttura ed aspetti non molto dissimili da quelli dell'Appennino centrale; ma dal punto di vista geolitologico è da segnalare la comparsa di terreni più antichi di quelli che costituiscono l'ossatura dell'Appennino centrale: il Trias, con dolomie tipiche, e in Calabria anche con rocce cristalline, gneiss, filladi, ecc..A sudest dell'alto corso del Volturno si solleva il grande massiccio del Matese, compatto e nettamente delimitato tutto intorno da profondi e ampi solchi vallivi. Il massiccio che culmina a 2050 m nel Monte Miletto, è costituito da una potente pila di strati, dolomitici in basso, calcarei in alto. Un lungo avvallamento, a circa 1000 metri ospita un lago - il lago del Matese - oggi regolato come serbatoio. Su di esso pendono valli sospese, alcune delle quali ospitarono in alto piccoli ghiacciai. Ma le forme attuali appaiono modellate dal carsismo che ha avuto grande sviluppo: il lago stesso, del Matese può dirsi un lago carsico.  Un altro tra i massicci più elevati dell'Appennino meridionale: è quello dei Monti Picentini (1809 m), anch'essi dolomitici e calcarei, in gran parte selvaggi e spopolati. La stretta depressione di Cava dei Tirreni, tra Nocera e Salerno, che non supera i 200 m, isola come sollevamento indipendente la catena dei Lattari che forma l'ossatura della penisola Sorrentina, culminando nel Monte Sant'Angelo a Tre, Pizzi (1443 m). E’ una cresta irregolare costituita essenzialmente, da calcari e dolomia, che corre tortuosamente con ardite punte, guglie e sproni che precipitano ripidamente e talora addirittura a picco su entrambi i versanti. Il solco indicato dalla valle del Sele è assunto da taluni come linea di separazione fra l'Appennino napoletano e quello lucano. Ma la fisionomia generale del paesaggio non muta sostanzialmente. Dominano i monti del Cilento (1899 m), aspri, selvaggi, coperti in alto da foreste, dove hanno ancora una volta grande sviluppo i fenomeni carsici: grotte, come quelle spettacolari di Pertosa nel Monte Alburno, doline, campi carreggiati, corsi d'acqua sotterranei. Il Vallo di Diano, a circa 450 m di altezza, lungo 35 km, largo da due a sei, percorso dal Tanagro, è il fondo di un lago pleistocenico, svuotatosi in età storica, tutto intorno circondato da sedimenti lacustri ben conservati. Il Tanagro ne usciva un tempo precipitando in un abisso e sottopassando la sbarra calcarea che chiude la conca a valle; ora questa è tagliata e il fiume scorre all'aperto con rapide e cascatelle entro un'angustissima forra. Il rilievo della Calabria ha inizio con l'imponente massiccio del Monte Pollino (m 2248) e della Serra Dolcedorme(2.271 m), il più elevato di tutto l'Appennino meridionale, che si continua con rilievi degradanti fino in vista del Tirreno e dello Ionio. Per la sua costituzione geolitologica e la struttura, il Pollino ha ancora notevole rassomiglianza con i massicci calcarei dell'Appennino. L'imbasamento è infatti costituito pur sempre in prevalenza da calcari, meno lavorati dall'erosione carsica, profondamente incisi invece dai torrenti; onde gole incassate e così anguste da essere intransitabili, costituiscono, un elemento morfologico dei più evidenti. Tracce di modellamento glaciale quaternario nelle parti più elevate sono esigue e mal certe. Ma la vera Calabria comincia più a sud e il suo paesaggio è del tutto diverso. Diversa anzitutto la struttura delle rocce che costituiscono i maggiori rilievi della penisola: rocce cristalline e metamorfiche, come gneiss, graniti, filladi e altri micascisti, attribuite dai geologi al Paleozoico, estranee all'Appennino, che invece si ritrovano nella Sicilia di nordest (Monti Peloritani) ed anche in una parte della Sardegna e della Corsica. Certo i rilievi della Calabria al pari dei Peloritani corrispondono ad una regione nella quale la tendenza al sollevamento manifestatasi sin dal Mesozoico è proseguita -pur con periodi di soste- fino a tempi recentissimi, del che potrebbe esser prova anche la elevata sismicità. Il sollevamento ha determinato l'emersione delle rocce cristalline e metamorfiche antiche, che gli agenti esogeni hanno poi messe a nudo asportando le coltri di formazioni secondarie e terziarie che altrove le nascondono. Alla diversità dei terreni è collegato l'aspetto - del tutto diverso da quello dell'Appennino - che presentano i rilievi della Calabria. Tale diversità può essere facilmente rilevata dal viaggiatore che percorra la valle del Crati: egli ha a nord l'aspra dentellata muraglia del Pollino e dei rilievi che gli fanno seguito, a sud gli altipiani della Sila sormontati da dossi cupoleggianti, incisi sui fianchi da valloni che quasi li smembrano in lembi distaccati, a ovest i dossi tormentati della Catena Costiera. La Sila (1928 m) è di fatto il più esteso degli altipiani che costituiscono la caratteristica morfologica della Calabria: aspetto analogo hanno l'altopiano della Serra e l'Aspromonte, tre individui orografici ben distinti, cui si deve aggiungere la così detta Catena Costiera tirrenica e il piccolo massiccio del Poro. L'Aspromonte (1956 m) è il più elevato e, sotto, certi aspetti, anche il più caratteristico. Il « motivo » morfologico più saliente è il contrasto tra le parti elevate di questi rilievi, che hanno forme spianate o dolcemente cupoleggianti (onde possono qualificarsi come altipiani, e la denominazione di Piani ricorre di frequente anche nell'uso locale, specie nell'Aspromonte), e le pendici periferiche che scendono con pendii ripidi al mare e sono incise e quasi lacerate da fiumare. I piani scendono spesso all'esterno con gradinate, ed anzi nell'Aspromonte, dove il fenomeno è più evidente, si chiamano Più propriamente piani le spianate, tra un gradino e l'altro. Le fiumare - che sono torrenti a corso breve, col letto inferiore ampio e ingombro di masse di detriti, che per lo più non portano acqua se non nelle piene - debbono queste loro caratteristiche a varie cause: la facile erodibilità delle rocce, la ripidità dei pendii per la vicinanza dei monti al mare, l'intensità dell'azione erosiva nelle piene e ancora la quantità notevole delle precipitazioni, che è tutta concentrata in brevi periodi. Il tronco superiore delle fiumare si presenta sotto forma di gole a pareti ripide, come fossero incisioni giovanissime; il tronco inferiore presenta invece letti larghissimi, determinati dall'intensità dell'erosione laterale e ricoperti dai detriti trascinati in basso dalle piene, che non possono tuttavia essere convogliati immediatamente fino al mare, per la breve durata delle piene stesse: lo spazzamento del letto avviene perciò a poco a poco. Di fiumi veri e propri la Calabria ne ha uno solo, il Crati, che ha creato con le alluvioni sue e dei suoi affluenti, la piana di Sibari; altre minori piane hanno creato lungo il Tirreno le più importanti fiumare di questo versante.